Avanti talenti, avanti Talents in Motion!

Un popolo di cervelli in un Paese che non è un’isola

Ci sbattiamo il muso contro tra le pagine dei quotidiani. Negli speciali dei tg. Tra i dossier che circolano sulle testate che fanno informazione per il web. Nei notiziari radio, per chi ancora li ascolta. Quello della fuga dei cervelli è un cavallo di battaglia a dir poco gettonatissimo. Che si presta in maniera eccezionale ai toni sensazionalistici. Perfetto per studi sporadici o, peggio, per racconti aneddotici. E allora giù con termini come brain drain, esodo dei cervelli, emigrazione dei talenti, brain overflow o brain bank o brain trust, o ancora human capital flight. Sono tante, tantissime le denominazioni che nel tempo si sono stratificate nell’immaginario collettivo con lo scopo di dare un nome al fenomeno della migrazione di persone altamente qualificate ed al complesso di dinamiche contigue a questo specifico fenomeno. Sono talmente tante che a volte non si capisce neanche più di cosa si stia esattamente parlando. Chi sia da considerarsi altamente qualificato. Cosa possa dirsi esattamente migrazione. “Brain drain” è una formula nata intorno agli anni Sessanta (1963, per l’esattezza), con cui la Royal Society inglese trovò adeguato etichettare un fenomeno di importante migrazione dei suoi talenti, ricercatori e scienziati per lo più, in direzione degli States. Non molto tempo dopo (siamo agli anni Settanta), la locuzione passò ad individuare un flusso unidirezionale che, negativamente connotato in termini di perdita di risorse, si muoveva sull’asse periferia-centro, svuotando progressivamente di risorse e bagagli formativi i paesi in via di sviluppo a tutto vantaggio di quelli più affermati. Questo tipo di prospettiva, che una certa letteratura essenzialmente sociologica ha prontamente definito standard view, perdurò fino alla fine degli anni Novanta, periodo in cui ebbe a scontrarsi con una serie di fermenti di rientro, di scambio di cervelli e di flussi diretti verso Paesi “altri” (Golfo Persico e Sud-est asiatico in primissima battuta) da quelli tradizionalmente alla ribalta dei mercati. Fu esattamente così che lo stesso concetto di brain drain, che è comunque ed in assoluto quello che più sentiamo ripeterci anche oggi, iniziò a vacillare non essendo più capace di esaurire la totalità del fenomeno. Nuovi tipi di flusso totalmente diverso iniziarono ad affermarsi, come quelli identificati come brain exchange o brain circulation. Scambio di cervelli, il primo, e circolazione di talenti, il secondo, a fronte di una visione migratoria che si scopriva policentrica, circolatoria, temporanea e soggiacente anche a fenomeni di scambio di una “merce-non merce” come la conoscenza, il sapere, il know-how.

Oggi viviamo in un mondo nuovo. Un mondo in cui le competenze vanno evolvendosi anche e soprattutto in raffronto ad un paradigma di globalizzazione e di competitività spinta dei mercati. Un mondo, ancora, che vede la politica tenere un occhio (e molto più che un semplice occhio) fisso sulla knowledge-based economy. In cui drenaggio e circolazione dei cervelli sono moti a volte coesistenti, coincidenti, complementari. Anche se buona parte dei media, specialmente nel nostro Paese, ha gioco facile nel lanciare appelli apocalittici alla decadenza ed all’impoverimento irreversibile. Anche se spesso questo clima di allarmismo costante, rinfocolato dallo scoop di turno, tracima nel pubblico dibattito riplasmando il modo in cui guadiamo alla realtà che ci circonda. Anche se, ancora, è su questa traccia più o meno erronea e distorta che una certa politica frettolosa costruisce azioni ed interpretazioni. Diceva qualcuno tanto tempo fa che il nostro è “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Vero, ma non solo. Il nostro è anche, oggi più che mai, un popolo di cervelli. In un Paese, per giunta, che non è mai stato (e mai sarà) un’isola. Come tale, l’Italia deve misurarsi in maniera consapevole con ciò che accade fuori dai suoi confini nazionali. Per far ciò, deve trovare la forza e la lucidità di guardarsi dentro, facendo luce sulle debolezze come sulle potenzialità, e facendo valere ciò che di valore possiede. Il progetto Talents in Motion nasce esattamente da questo specifico tentativo. Restituire lustro alla coscienza dei cervelli italiani, che si trovino ancora in patria o fuori, affinché al nostro Paese venga data la possibilità di diventare un polo d’eccellenza per far parte attiva di un circuito più grande. Quello che fa muovere cervelli e saperi al di là degli Stati e delle regioni e delle singole città. Perché la conoscenza (esattamente come la musica e l’arte più in generale) appartiene a tutti. E l’unico modo di farla risplendere davvero è fare in modo che in qualche maniera tutti ne possano godere.

Da qui l’idea di integrare e superare una visione (rigida e tutt’altro che esauriente) come quella tradizionalmente offerta dalla fuga dei cervelli, a vantaggio di un più consapevole concetto di circolazione dei talenti. Da qui, ancora, lo sforzo non da poco di creare fondamenta e percorsi per fare dell’Italia un polo di attrazione del talento cosmopolita, in termini non solo (e non semplicemente) di ritorno dei nostri cervelli ad oggi attivi all’estero, ma anche di ricezione attiva dei talenti stranieri disposti, fianco a fianco della lega di volenterosi di varia e complementare estrazione (manager, politici, accademici e leader d’opinione vari) dei quali questa iniziativa celebra la sensibilità e la lungimiranza, a contribuire a questo capitolo tanto nuovo quanto imprescindibile. Perché qui non si tratta di essere progettisti o calcolatori. E’ invece (e piuttosto) questione di guardarsi allo specchio. Di scoprirsi agitatori di uomini e di Talenti. Esattamente come diceva “il Drake” Enzo Ferrari. Avanti talenti, avanti Talents in Motion!

Patrizia Fontana